Metodo Feldenkrais, ovvero la riscoperta della semplicità
Adria: Associazione ARTALIDE, ovvero una fucina di idee che ruotano intorno alla crescita ed allo sviluppo della persona.
Qui Giulia Troni, in un ambiente caldo ed accogliente, di quelli che ti mettono subito a tuo agio, insegna una disciplina ancora poco conosciuta dal grande pubblico, per quello che è il suo reale contenuto, metodologia e finalità, il Metodo Feldenkrais.
Ho pensato molto al titolo con cui presentare questo articolo, e debbo ammettere che l’ho cambiato all’ultimo momento, per non incorrere in un equivoco totalmente fuorviante: il titolo doveva infatti essere “METODO FELDENKRAIS, OVVERO LA RISCOPERTA DELL’OVVIO”. È chiaro che questo poteva facilmente far pensare ad un qualcosa di banale, ma il metodo è tutt’altro che scontato o banale. Anzi.
Non c’è mai niente di scontato in una disciplina che ci riporta verso l’Uomo, e tanto meno in questa. Il termine “ovvio” si riferisce al fatto che nel Metodo Feldenkrais si usa porre l’accento in particolar modo sul movimento della persona, cioè su quella cosa che dovrebbe per noi essere la più naturale e spontanea, cioè ovvia, ma che alla fine diventa invece spesso difficoltosa, limitata da disagi di diversa natura e condizionamenti che influiscono sulla nostra spontaneità. È quando diventiamo consapevoli di questo che può iniziare il viaggio a ritroso, ritrovando l’immediatezza e la curiosità di sperimentazione del nostro corpo che appartiene all’innocenza del bambino.
In quante occasioni ci siamo detti: <<potessi tornare indietro nel tempo, con la forza e la vivacità di allora, ma con l’esperienza di adesso>>.
Il bambino sperimenta liberamente, dove l’adulto a volte si sente sciocco nella sua rigidità, ma dato che nel mondo della quotidianità le cose che conosco sono pur sempre una sicurezza davanti all’incognita di cambiare la mia visione, spesso è difficile accettare di abbandonare ciò che è rigido, il “sostegno”, per intraprendere la strada del lasciarsi andare.
Eppure questo dovrebbe essere vissuto come un ritorno a casa, il percorrere la via che riporta al centro, al “mio” centro: lo schema è apparentemente semplice, dalla periferia del movimento alla centralità degli schemi della mente. Ecco ancora l’”ovvio”, parola che non è critica del metodo, ma anzi plauso alla sua genialità.
Il motto di Moshe Feldenkrais sembra essere stato: esisto, perciò mi muovo. E giacché mi muovo, sento.
Ed allora tanto vale farlo per bene, sia il movimento che il sentire, consapevole di me e dei miei gesti, della vita che scorre in ogni atteggiamento di questo corpo che mi appartiene, che è forse la sola cosa realmente mia, eppure lo conosco così poco.
Moshe Feldenkrais (1904-1984) appartiene a quella schiera di persone che hanno fatto della propria intuizione un’arte, cercando di renderla accessibile a tutti.
La sua storia è riassumibile in poche parole.
Ingegnere israeliano, lavora alla Sorbona, è tra le prime cinture nere di Judo in Europa, ma si danneggia seriamente un ginocchio, compromettendo gravemente la propria possibilità di movimento.
Comincia allora uno studio durato una vita, in cui, da scienziato, studia approfonditamente la chinesiologia, i meccanismi che dirigono i movimenti del corpo, ma soprattutto i legami di questi con le attività di sviluppo delle diverse aree del cervello e, da uomo di profonda sensibilità, da qui scivola nel campo dell’analisi della mente e delle sue infinite possibilità.
Come quella del ri-trovarsi e ri-centrare se stessi attraverso il movimento.
Questa è di certo una bella prospettiva, ma anche un grosso impegno e così, spinto dalla solita curiosità, incontro Giulia, presso la sede di Artalide, ad Adria, giusto per parlarne un po’.
Lei è minuta, sorridente, tranquilla nei gesti, almeno quanto vivace nello sguardo.
Classe ’79 ed una formazione pluriennale nella Danza Classica, che insegna ormai da parecchi anni, mi racconta il suo incontro con il Feldenkrais: << è una storia semplice, fatta di quelle coincidenze apparentemente portate dal caso, che spesso ti cambiano la vita, o almeno il tuo modo di percepirla.
Ho avuto la fortuna del primo incontro circa 10 anni fa, mentre studiavo per dedicarmi all’insegnamento della danza sotto la guida delle mie insegnanti dell’epoca.
Adoravo la danza, ma per differenti motivi sapevo che non avrei mai fatto la ballerina di professione e c’era poi quella scelta, la scelta di insegnare, e contemporaneamente la sensazione che la danza classica, così rigida in senso tecnico e di studio, così in qualche modo costrittiva, non era sempre ben accettata dal mio corpo.
È un brutto contrasto quando passione di una vita e fisicità sono in disaccordo tra di loro.
Le mie insegnanti parlavano di ascolto e consapevolezza, termini difficili per me da capire, figuriamoci da applicare. Poi mi hanno introdotta al Metodo Feldenkrais, facendomi conoscere Isabella Turino, coordinatrice didattica dei corsi di formazione della AIMF (Associazione Italiana Metodo Feldenkrais), che opera a Firenze e Prato, ma soprattutto Ruthy Alon. Lei è la direttrice didattica del training di formazione di Firenze, che è attualmente ancora in corso ed ha avuto la fortuna di studiare sotto la diretta guida di Moshe Feldenkrais.>>.
E oggi la formazione?
<< Personalmente sono al terzo anno di corso ed oggi la formazione che si tiene a Firenze, la mia si chiama Firenze 5, conta circa 40 persone.
Dopo due anni c’è l’abilitazione per insegnare attraverso la parte del metodo denominata CAM, Consapevolezza Attraverso il Movimento, che coinvolge classi di più persone, poi in altri due si raggiunge il livello al quale è permesso insegnare attraverso la IF, Integrazione Funzionale, nella quale c’è un diretto contatto dell’insegnante con il singolo allievo, un vero incontro personalizzato, una sorta di trattamento più che di lezione.>>
Debbo confessare la mia scarsa conoscenza dell’argomento, ma, come al solito, non chiedo spiegazioni soltanto tecniche: vorrei addentrarmi in quel miscuglio di tecnicismo ed emotività sul quale mi sembra che il metodo faccia leva, attraverso l’incontro con l’insegnante e la persona insieme.
Giulia mi accontenta e mi offre in modo semplice e diretto conoscenza tecnica e sensazioni personali.
<< In ogni lezione, il lavoro si svolge andando dal piccolo movimento di singole parti del corpo, quasi fossero isolate ed a sé stanti, via via fino all’integrazione di tutte queste in un movimento più ampio e complesso. È uno dei motivi per cui la lezione si sviluppa in modo differente a seconda delle persone che compongono il gruppo volta per volta, non essendo mai rigida, per quanto preparata in anticipo. Si può dire che prima dell’incontro decido su cosa incentrare il lavoro, ma poi le modalità si sviluppano da sè, in modo fluido e mutevole.
Secondo le indicazioni di M. Feldenkrais, lo sviluppo della consapevolezza passa anche attraverso il movimento del corpo.
Ecco allora che il suggerire alcuni movimenti diventa il dare al cervello la “scusa” per sperimentare ed analizzare, sua funzione primaria. È sfruttando questa capacità del cervello di cercare per il corpo un modo piacevole e poco faticoso di agire che, sperimentandoci, incontriamo la “scelta”.>>
Non so ancora se sia realmente così semplice o se, come al solito, parlarne è una cosa e fare è tutta un’altra.
Giulia sorride: << Di sicuro la cosa cambia quando dalle parole si passa al fare esperienza, ma ciò che veramente importa è che, nella lezione, cerchiamo di portare la persona alla piena disponibilità dell’ascolto del suo agire. Qualità di movimento è la parola d’ordine, non quantità.
Lo studio di M. Feldenkrais è partito dall’osservazione del movimento del bambino, che si evolve necessariamente dalle prime fasi, sviluppandosi nel tempo a partire da piccoli movimenti di scoperta di se stesso e dell’ambiente intorno, fino a gestualità complesse.
Questo è il lavoro che cerchiamo di riproporre alla persone, invitandole a sperimentare il proprio corpo alla riscoperta dei suoi meccanismi: è la tecnica che cambia poi la natura del movimento nella quotidianità.
Un esempio pratico lo abbiamo quando lavoriamo sul bacino, con il concetto di “orologio pelvico”, e con il lavoro sui movimenti del capo. A lezione prendiamo spunto da gesti qualunque, banali nella loro semplicità e ripetitività nel corso della giornata, e da li partiamo considerando che la mente e le varie esperienze della vita sono la combinazione che guida il movimento dell’allievo. La modifica dei comportamenti posturali viene allora creata lentamente, ma in modo da perdurare e dar vita a sua volta ad una catena di riflessi nel corpo anche dopo la risoluzione dei problemi di partenza.
Sembra incredibile, ma la correzioni di errori posturali spesso si trasforma, nel tempo, in un cambiamento di atteggiamento mentale della persona.>>
Allora, sono curioso, non è un lavoro prettamente fisico.
<<No, non lo è. Anche se sicuramente è ottimo per la rieducazione funzionale del corpo, tanto da essere seguito oggi con interesse da fisioterapisti e tecnici della riabilitazione psicomotoria, non dobbiamo dimenticare che corpo e mente interagiscono continuamente tra loro, e non è mai una strada a senso unico, anche se spesso siamo consapevoli, anzi a volte in realtà neanche troppo, solo di un senso di marcia.>>
Ma Giulia Troni è anche insegnante di danza classica e lavora soprattutto con bambini, come si accordano questi due aspetti?
<<La parte di Giulia insegnante di danza classica cerca di trasmettere questo invito all’ascolto anche agli allievi di quel corso, perché non importa l’età della persona, anzi spesso la disponibilità dei bambini a lasciarsi andare è semplicemente stupenda.
Con loro posso lavorare senza problemi particolari, almeno in generale, anche sull’”ascolto dell’altro”, un modo di essere che si trasforma in un “fare”, un mettersi in gioco in prima persona dove il “fare” diventa un appoggiare le mani su se stessi e sugli altri per “sentire”.
Nessuno specchio, la postura deve essere raggiunta ascoltandosi, cioè cercando la consapevolezza di sé, dove lo specchio darebbe un riscontro visivo che rischia di diventare il gesto di qualcuno “fuori” di me.
Questo è quanto mi hanno regalato Isabella e Ruthy, anche se trovo comunque giusto per me ricordare che alla base ci sono state per prime le mie insegnanti di danza classica.>>
Ho un’ultima curiosità. Dov’è Giulia in tutto ciò, è l’insegnante che sta muovendo i primi passi o è l’allieva di Ruthy ed Isabella?
<< Non c’è una cosa differente dall’altra.
Attraverso il Feldenkrais io ho raggiunto una fonte di continua scoperta.
Per l’allieva che segue ancora il corso di formazione, l’incontro con le mie insegnanti è un tornare a casa, un abbandonarmi al gioco sentendomi in quel mono dove sto al sicuro e posso lasciarmi andare allo stupirmi, al divertimento e, alla fine, allo stare bene. In realtà mi considero fortunata per il fatto che posso lavorare con loro, ed ogni incontro porta con se la sensazione di ricevere un piccolo regalo che viene dalla loro esperienza.
Il momento dell’insegnare è anch’esso un tornare a casa, certo una casa diversa, ma sempre totalmente mia, dove ritrovare negli altri quello spirito che nasce dall’idea di ricerca della propria centralità.
Quello che mi viene costantemente trasmesso, io cerco di trasmetterlo a mia volta.
Quando tengono i loro seminari, Ruthy ed Isabella danno sempre una motivazione alla ricerca, spesso un movimento di riferimento che si ripete uguale all’inizio ed alla fine della lezione. Sono gesti presi dalla quotidianità e l’invito è a percepirne le differenze.
Da qui il costruire il senso del “mio territorio”, quello che sto occupando ed in cui il mio gesto si esprime, si “compie”; da qui il senso di centralizzazione e periferia a partire dal mio stare.>>
Sono un po’ stordito, da rude uomo di penna, ginnastica si o no?
È Giulia a trovare la conclusione per me: <<Certamente anche ginnastica, ma “anche”. Per questo io preferisco la definizione di “movimento consapevole”.
Spesso le parole creano dubbi e confusioni, ma non c’è alcuna possibilità di cadere in questi se ci affidiamo al corpo, con la consapevolezza che, a volte, basta davvero solo la voglia di lasciarsi andare per un attimo.>>
Diceva un orribile slogan di qualche anno fa: provare per credere.
Oggi mi piacerebbe parafrasarlo in: perché non provare? Magari funziona.













